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Baby sitter

In un lungo ed approfondito articolo, pubblicato nel numero 80/81 della rivista MusicBox, intitolato “Battiato – Sulle corde del genio: dai dischetti di plastica agli armonici“, Pio De Bellis scrive riguardo le rappresentazioni dello spettacolo teatrale “Baby Sitter” tenutesi dal 15 al 20 marzo 1977 a Roma, Teatro in Trastevere, ed il 6 aprile 1977 a Milano nel Salone Pierlombardo, spettacolo che vede Battiato accreditato alla regia, alla musica e ai testi insieme a Peppo Delconte.

i crediti di
i crediti di “Baby sitter”

De Bellis definisce questo evento “…la rappresentazione di una sua opera di teatro musicale sperimentale dal titolo «Baby Sitter», con alcune musiche che faranno parte, di lì  a poco, dell’LP «Battiato» e di altre rimaste inedite“.
Su un articolo comparso sul Corriere della sera del 29 marzo 1977 questo lavoro viene descritto come un’opera nella quale “immagini, rapporti e situazioni si formano e si sviluppano in una pluralità di dati, a volte ironici, a volte sentiti, sempre allusivi… c’è il gusto dell’analisi del gesto del comportamento… Più che sulla politica,dunque, un discorso sull’individuo“.

una scena di "Baby sitter"
una scena di “Baby sitter”

Sempre Pio De Bellis così ci racconta l’aspetto musicale (e non solo) di questa opera: “L’opera si concentra sul suono, concepito per mezzo del ready made, analisi dadaista che estrapola dall’abituale contesto una qualsiasi espressione oggettiva o di linguaggio, per riutilizzarla in chiave artistica. L’analisi sonora passa, semplicemente, attraverso un pianoforte, un violino e una fisarmonica, e vede i suoi momenti salienti in un interminabile via vai nella passeggiata sul palco degli attori che ruotano in contnuazione dietro un tendaggio per rientrare sulla scena (sintesi rumoristica di passi e brusio)“.

manifesto di
manifesto di “Baby sitter”

Nel suo libro “Franco Battiato – Soprattutto il silenzio” (Giunti, 2010) Annino La Posta indica invece come date della rappresentazione di “Baby sitter” il periodo dal 17 al 19 febbraio 1977, nel Teatro Out Off di Milano (con l’opera ancora in fase di costruzione e provvisoriamente intitolata “Azione teatrale“, viene ricordata anche sul sito ufficiale del teatro, a questo link) e segnala anche repliche in altre città (Pistoia, Monza, Torino…). Specifica come lo spunto provenga da “…un’opera del giornalista Peppo Delconte: «Avevo scritto una specie di poemetto teatrale ispirato alla crociata dei bambini […] Da questa storia di innocenza tradita parte il lavoro teatrale, anche se del mio testo rimane solo qualche frammento»“.
Raccoglie anche un ricordo di Maurizio Piazza: “Era un insieme di quadri viventi che associavano immagine, movimento e musica, con quest’ultima a fare da collante. Tutto aveva un andamento musicale, anche i testi non erano propriamente teatrali, avevano uno sviluppo sonoro più che recitativo. Era proprio questa caratteristica che rendeva originale la rappresentazione. Non a caso «Baby Sitter» è  presentato come un lavoro di musica teatrale“.
Sempre La Posta descrive così una delle scene dello spettacolo: “Su una base musicale vengono enunciati in sequenza nomi di artisti di ogni tempo e appartenenti a ogni forma d’arte, come in una sorta di litania. Un’idea che Battiato riprenderà dopo qualche anno in un contesto differente” (il riferimento è a “Genesi“).
Riguardo alle musiche invece La Posta annota: “Alcune parti delle musiche scritte per l’occasione, che in scena sono eseguite da Antonio Ballista […] e dal soprano Alide Maria Salvetta, finiscono rielaborate nel secondo lato del nuovo disco” (qui il riferimento è a “Cafè-Table-Musik“).

Coinvolti in questo lavoro troviamo, tra gli altri, Antonio Ballista, Angelo Carrara, Alfredo Cohen, Gianfranco D’Adda, Claudio Rocchi, Paolo Scarnecchia, Lino “Capra” Vaccina, Maurizio Piazza, Mariella Fumagalli, Paolo Raimondi e Dana Matus.

sulla scena di
sulla scena di “Baby sitter”

Per aiutarvi a meglio comprendere questo lavoro aggiungiamo anche una recensione dello spettacolo scritta da Carlo M. Cella e pubblicata sulla rivista Gong del giugno 1977.
Fra tutte le più o meno recenti proposte di teatro totale, relativo, assoluto, liturgico, gastronomico, straniato, spontaneo, intellettuale,
intellettualista, spontaneista, rigoroso, aperto, off, ufficiale, sotterraneo, la proposta di Battiato è quella che più liberamente esce dagli schemi della forma e dalle sbarre della stupidità. Basata originariamente su di un complicato testo di sapore storico-emblematico imperniato attorno alla sistematica contestazione del Mito da parte di una «rivoluzione d’infanti», «Baby Sitter» ne è una libera, liberissima derivazione scenica. Chi, fidandosi del pur giusto entusiasmo di Battiato nei confronti dell’opera dell’anno di Wilson-Glass, si aspettava una versione italiana di «Einstein on the Beach», deve far tacere l’immaginazione. «Baby Sitter» (il titolo come logico non significa assolutamente nulla e non ha alcun riferimento alla sostanza del lavoro) è esattamente il suo contrario. «Baby Sitter» è un lavoro brevissimo (50 minuti); è rigorosamente non professionale e non professionistico (coerentemente all’ideologia artistica di Battiato); non è un’opera di musica teatrale, né di teatro musicale (la «musica» propriamente detta è praticamente assente); l’unità del lavoro è un fatto secondario e non derivada unità della forma. La più grande sorpresa è dunque proprio questa: non c’è la «guida unificante» di una colonna sonora, bensì la pura fantomatica e saltuaria «presenza» del riferimento musicale (come nella bellissima scena a due, nella quale un violino fa nascere e morire senza apparente significato una banale frase, mentre sul lato opposto seduto su di una sedia un personaggio gaiamente farneticante recita un monologo in stretto dialetto siciliano, anch’esso ciclicamente irrisolto). Battiato aveva pronta nel cassetto una bellissima ouverture alla quale ha stranamente rinunciato in favore di una più asettica, ma anche più convenzionale ouverture wagneriana registrata su nastro e «mandata» a sipario chiuso. Tutto in questo lavoro sembra frutto di masochistica ed autoflagellante rinuncia: il poco che è rimasto in vita dopo la lunga serie di prove che ne hanno ipercriticamente tagliata una notevole parte, è però di una ricchezza acutissima e stimolante. Tutto si svolge con finta noncuranza, gli attori si muovono apparentemente senza un canovaccio dando luogo a disparati «quadri» contenenti diversi simboli, contestando ciascuno un diverso «mito». Non manca nemmeno la presenza in prima persona di Battiato: un monologo eccitante ed acuto dove c’è perfino la «mossa» («fregata a Nijinsky»), una specie di récital con lo spirito d’un avanspettacolo ironicamente culturalizzato che mette alla gogna la Cultura, la Musica, l’Avanguardia, l’Accademia, la Nuova Scienza ed anche la Gaja Scienza. Unica, vera e propria musica è una lunga, fissa ed atemporale «composizione» per battito di piedi, contestuale ad una scena dove una simbolica passeggiata eternamente itinerante costringe lo spettatore-ascoltatore a lasciarsi andare in un piccolo viaggio fuori dalla coscienza, in una specie di spazio ritagliato fuori dalla cognizione del tempo. Il tempo viene misurato e controllato da Battiato che come un piolo solare taglia la vita a questa forma di «ripetitività» (Reich, Glass ?) non strumentale, ruotando su se stesso di novanta gradi al centro della scena, per quattro volte, secondo i suoi personali e insondabili conteggi. Un paio di osservazioni-appunti sulla brevità dello spettacolo. Alla fine della rappresentazione la gente comincia a divertirsi, una pop-audience comincerebbe a far paura ritmando «more, more»; nessuno si alza; nessuno riesce a ricalarsi nella realtà dopo aver goduto ed essere appena riuscito ad entrare in una strana, nuova finzione; tutti si guardano l’uno con l’altro («da Battiato ci si può aspettare di tutto»); alla fine se ne va la gente. Se ne va quando, attraverso il sipario mai più chiuso dall’inizio dello spettacolo, gli attori si rivestono e se ne vanno, dopo la realtà della recita, per ritornare alla recita della realtà. E ancora il non professionismo voluto, intenzionale ed ideologico di questa strana compagnia teatrale (insieme alle inesistenti «scene di Antonio Ballista») ce ne rende simpatico il discorso, ma fa temere per il dopo-esordio. Il sasso che l’intelligenza di Battiato ha gettato nello stagno può perdere il suo peso specifico se condotto sempre sulla falsariga dell’improvvisazione: nel convincerci e coinvolgerci nella realtà della finzione è necessariamente maestro chi è padrone nella finzione della realtà. Ma questo vale per il futuro.

I brani scritti per “Baby sitter” hanno anche avuto vita al di fuori dello spettacolo. Nella rubrica Il Corriere dei Supporters della rivista Nuovo Sound, il lettore Guido Scano ha scritto una recensione di un concerto di Battiato a Cagliari nella quale racconta che:
Dopo un breve intervallo Battiato si è esibito nuovamente insieme ad Alfredo Cohen, un cantautore da tenere d’occhio; hanno offerto, tratto dallo show di Battiato, «Baby sitter», un fantastico brano, nel quale, su una base fissa di piano suonato dallo stesso Battiato, venivano sovrapposte le voci dei due musicisti (i quali però facevano discorsi diversi)“.

la locandina di
la locandina di “Baby sitter”

Da notare che la locandina dello spettacolo fu realizzata da Francesco Messina (come si evince dalla lettura del suo libro “Ogni tanto passava una nave“, Bompiani, 2014, da cui è tratto il dettaglio che potete vedere qui sotto).

dettaglio dalla locandina di "Baby sitter"
dettaglio dalla locandina di “Baby sitter”

A questo spettacolo accenna anche Paolo Scarnecchia in un suo scritto intitolato “Un arabo mitteleuropeo“ contenuto all’interno del libro “Battiato. Testi e spartiti” pubblicato da Gammalibri nel 1984.
Scrive Scarnecchia:
Uno di questi era un lavoro di musica teatrale – così era denominato – che per Battiato era l’estensione visiva sul palcoscenico della musica del terzo suono più la musica citazione/collage, e che convolgeva un intero gruppo di persone. Dopo mesi di prove in uno spazio improvvisato nella nebbiosa provincia milanese, tipo Rescaldina, il lavoro di musica teatrale, chiamato «Baby Sitter», debuttò a Roma, al Teatro in Trastevere, in assolutà povertà di mezzi – le lenzuola per le scenografie ce le portavamo da casa, molti del gruppo alloggiavano a casa nostra (a casa di Irene si mangia e si beve) – ma nella ricchezza di idee e di situazioni paradossali e imprevedibili. La più imprevedibile di tutte fu quella dello spettacolo annunciato dai cartelloni e dai tamburini dei giornali che negli ultimi due giorni della programmazione scomparve. Scomparve nel senso che il gruppo era ripartito per l’impossibilità di sopravvivere coi magri incassi serali, che non bastavano nemmeno a tacitare le proteste degli stomaci già allenati e addestrati a una certa durezza di vita a causa di diete macrobiotiche & vegetariane. Ma forse soltanto il prologo, che veniva recitato sul palcoscenico da Battiato stesso, può restituire una parvenza di idea, seppure pallida, dell’essenza stessa dello spettacolo.

il prologo di
il prologo di “Baby sitter”

Non mi risulta circolino registrazioni (audio o video, ufficiali o meno) di questo spettacolo e, in particolare, della sua colonna sonora.